anni piombo milano

 

Con lo scoppio di quella che inizialmente si pensava fosse una caldaia e che successivamente si capì invece essere stata una bomba, il 12 dicembre del 1969 viene indicata come data dell’inizio del periodo più tremendo della storia della Repubblica Italiana.
Quel giorno, a causa di quell’ordigno piazzato sotto il tavolone centrale della sede della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, 17 persone persero la vita e quasi altre 90 restarono ferite.
Gli “Anni di piombo” terminarono poi convenzionalmente nei primi anni ’80 ed in quel lasso di tempo, quella che qualcuno ha felicemente definito come la “Notte della Repubblica”, il conteggio delle vittime e delle persone coinvolte fornisce un resoconto da guerra civile : circa 500 morti e oltre 2.000 feriti.
Ma cosa sono stati gli Anni di piombo e come possono essere raccontati ai nostri ragazzi, ai ragazzi del XXI secolo, quelli della digital generation ?

A detta di molti, gli anni di piombo hanno rappresentato la coda velenosa e mortale della “rivoluzione culturale” del 1969, quella della “fantasia al potere”, che portò al ribaltamento di molti punti fermi nella società di allora.
La prima grande crisi industriale della metà degli anni ’70 e la crescente disoccupazione, si innescarono sulle rivendicazioni degli operai nelle fabbriche e degli studenti universitari, questi ultimi parte determinante nel movimento “sessantottino”.
A tali spinte rivoluzionarie (sinistra), si oppose la resistenza delle forze conservatrici e reazionarie (destra) provocando una collisione nella società che nella storia del dopoguerra fu senza precedenti.
Il bipolarismo sociale e totalizzante degli anni ’70 nasce da qui.
Per capire meglio l’estrema divaricazione della società del tempo, basti pensare che gli eredi del regime fascista (Movimento Sociale Italiano) nel 1972 riuscirono a raccogliere il 9% dei consensi elettorali.
La Democrazia Cristiana, partito votato da sempre dalla classe media e vero argine verso il “pericolo” comunista erede ideologico del Fronte Democratico Popolare del 1948, non garantiva  più quella sicurezza e così, ad intercettare il consenso delle forze reazionarie preoccupate delle spinte rivoluzionarie e progressiste, fu il movimento di estrema destra.
Di contro il Partito Comunista Italiano, ancora legato a doppio filo all’Unione Socialista Sovietica originata dalla rivoluzione d’ottobre del 1917, raccoglieva nel 1976 ben il 34% dei voti. Di fatto un cittadino elettore su tre votava comunista.
Una corposa ed insanabile spaccatura bipolare che esondava e invadeva la società civile per intero e che interpretata dai giovani, “estremisti” per natura, provocò quello scenario di militanza politica e di scontri caratterizzante di quegli anni.
Si può definire quello un bipolarismo sociale, quello per cui ci si vestiva, si frequentavano luoghi, si ascoltava musica e si frequentavano scuole, sulla base della propria appartenenza politica.
Le scarpe a punta a destra, le clarks a sinistra. L’eskimo verde a sinistra e il giubbotto di pelle e gli occhiali Ray-ban a destra. I capelli lunghi e la barba a sinistra ed i capelli corti a destra.
C’erano scuole superiori assolutamente etichettate come luoghi della sinistra.
E c’erano zone e luoghi presidiati esclusivamente dai ragazzi di destra (San Babila) o di sinistra (Colonne di San Lorenzo).
Si poteva stare in mezzo, o meglio starne fuori ?
Certo che si.
Ma la genuina e legittima passione per la politica e per la società in generale spesso portava i giovani a travalicare il confine dell’impegno ed ad essere inghiottiti nel vortice dell’odio e della violenza, diventando vittime o carnefici e spesso ad interpretare loro malgrado il doppio ruolo.

Ci sono due punti di vista ed altrettante narrazioni che si possono utilizzare per descrivere gli anni di piombo.
La prima fa riferimento alla sterminata sequenza di attentati e omicidi singoli e di stragi che insanguinarono l’Italia in quel periodo (gli italiani familiarizzarono con il termine “terrorismo”), mentre la seconda mette in risalto il perdurare degli scontri tra opposte fazioni nelle città, che videro le piazze e le strade trasformate in teatro di sanguinosi regolamenti di conti, con i corpi di giovani e giovanissimi militanti di destra e di sinistra sacrificati sull’altare dell’ideologia politica.
Non sono due narrazioni scollegate.
Alcuni dei giovani che decisero di imbracciare le armi ed entrare nella lotta armata del terrorismo, provenivano dai servizi d’ordine presenti nelle manifestazioni e nei cortei che quasi quotidianamente caratterizzavano il panorama urbano di quegli anni.  

Molti altri, avevano deciso di partecipare liberamente alla vita politica del paese, frequentando e vivendo le sezioni giovanili : Fronte della Gioventù (a destra), piuttosto che della FGCI (a sinistra).
Tra questi c’era poi, intendendo all’estremo il concetto di militante, chi partecipava militarmente agli scontri o alle missioni omicide contro altri ragazzi che avevano idee politiche opposte alle loro.

Così sono morti, ad esempio, Sergio Ramelli, Claudio Varalli, Alberto Brasili, Giannino Zibecchi: le loro generalità sono riportate in epitaffi scolpiti in altrettante lapidi in cui è possibile imbattersi girando per Milano.
Ma sono innumerevoli i giovani in altre città italiane che hanno trovato la morte in analoghe situazioni.
Tutte vittime in situazioni diverse, ma accomunati da un unica causa: quella della follia della ideologia politica.
I giovani, si diceva: ebbene in alcuni anni siamo passati dalle idee politiche degenerate in ideologia (anni ’70), all’assenza di idee (anni 2000).
Oggi ai nostri ragazzi spesso rimproveriamo di avere smarrito principi, tradizioni e valori che “i nostri vecchi” ci hanno tramandato nel corso delle generazioni.
Negli anni ’70 ai loro coetanei dell’epoca, veniva rimproverato un’eccessiva militanza che spingeva molti di loro a difendere, quando non ad imporre, quei valori anche con l’uso distorto della violenza, obbligando in taluni casi anche le loro famiglie ad una vita difficile, spesso caratterizzata da minacce e sofferenze.

Nessun giudizio e nessuna indicazione finalizzata a stilare una sorta di confronto per rimarcare e indicare quale sia stata la “meglio gioventù”.
Ma conoscere gli eventi di quel periodo ed il contesto socio-politico sul cui sfondo tutto ciò avvenne, è una riflessione utile anche per valutare i giovani di oggi.

Per terminare, anche gli anni ’70 rappresentano un capitolo della storia del nostro Paese e, come tutti i capitoli di un libro, ha avuto un inizio ed una fine.
Girare le pagine del libro, non significa dimenticare ciò che è stato scritto, ma vuol dire invece ricordare e riflettere su ciò che si è letto per assumere quella necessaria consapevolezza affinché certe cose non debbano più essere vissute.

Elvio Vivaldini

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